Cara panchina, dopo tanto tempo mi faccio sentire. Erano
anni che non ti pensavo, lo ammetto ti ho scordato, e un po’ mi vergogno nel
cercarti e nel voler intrecciare un rapporto che forse non è mai esistito. Eri
così presente nel passato che in questi momenti di disagio ho pensato subito a
te. Ti ho sempre ricordato fin dalla prima volta che ti ho visto. Ero mezzo
addormentato nella carrozzina e mia madre si era seduta tra le tue “braccia” accoglienti a fare un
completino di lana per me. Eri giovane allora, lucida e di un bel colore
nocciola. Da lì iniziai a frequentarti, dal ritorno dall’asilo trascinato dal
cane che ti aveva preso di mira, alzando spesso la gamba su quelle tue di
metallo. Lo lasciavi fare e forse eri contento di avere un amico giocoso come
lui. Quando ero alle elementari ci trovavamo lì assieme alle alte mamme e ai
miei compagni. Sempre intenti a giocare. Alle medie eri il ritrovo per le fughe
da lezioni noiose, il centro per le prime sigarette e il nascondiglio a
carnevale dove bere sorsi di alcol offerti dai più grandi. Per non parlare dei
spinelli e di altro con cui ti lordavano e che noi dovevamo evitare di non
farci male con le siringhe gettate sotto il sedile. Macabro assurdo rifiuto.
Con l’adolescenza è arrivata la prepotenza, la superbia e l’arroganza. Seduti
sullo schienale con i piedi, le scarpe sempre sporche, sulla seduta. Incuranti
degli altri e delle tue sofferenze. Hai ancora i cuori con le iniziali? Quante
ne ho fatte, a ogni conquista. Chissà che dolore quando il coltellino incideva
il legno, la tua carne. E per nulla poi. Un nome non figura nell’ elenco. La
ragazza con cui feci l’amore sulle tue assi in un giorno d’estate nel
pomeriggio appena incominciato. Poi notai che intorno tutto cambiava, sorsero
aree per bambini piccoli, tratti dove passeggiare con i cani, piste ciclabili e
alberi “nuovi”. Ti ricordi quando caddi dalla bicicletta, quella nuova, tutta
blu chiara, da corsa. Quanto ho pianto. Non certo per la botta o il sangue ma
per la ruota piegato in un angolo innaturale. Il tempo passa e le strade si
biforcano in altre direzioni e lo ammetto ti scordai. Mi immersi nella vita
quotidiana con tutti i suoi pregi e difetti. Fino ad oggi. Ti scrivo perché ho
bisogno di aiuto. Ho perso la casa, non per le tasse, come dicono, ma per non
essere riuscito a pagare il mutuo dato che avevo perso il lavoro e senza soldi
e senza un occupazione le banche chiudono i rubinetti, già abbastanza stretti.
Moglie e figli sono dai nonni, hanno la pensione. Io invece sono scappato, non
voglio elemosine. Non voglio pesare su altri che stentano già di loro. Ho
dormito in macchina per un po’. Non pagavo il bollo, l’assicurazione scaduta e
il serbatoio vuoto, ma sempre un rifugio. Fino al momento che credendo che
fosse un auto sospetta sono venuti a prenderla. Dovevi vedere, vigili del
fuoco, polizia e carabinieri e perfino artificieri. Un caos indescrivibile. Per
fortuna che ero in giro. E adesso sono qua a implorarti di riprendermi sotto la
tua protezione come facevi quando giocavo a nascondino. Può anche darsi che non
ci sei più, che sei stata rottamata, come si dice adesso. Oppure che sei
talmente malmessa, buttata in un angolo, senza assi di legno o senza un
appoggio. Non lo credo. Sei l’unica speranza, senza tasse e lontana da promesse che ci hanno rovinato. Nei dieci comandamenti ne manca uno: non fare promesse né quelle che puoi
mantenere né quelle che non puoi. Tanto per far chiarezza. Perché se le mantengono
ci tengono in scacco perenne e in un continuo ricatto e se non lo fanno innescano
la delusione, la mal fiducia negli altri e allontanano il futuro, quello nostro.
Perciò ti prego accettami, come stai facendo per altri, ancora una volta, che
possa riposare di giorno e dormire rivolto verso le stelle di notte. "E quindi uscimmo a riveder le stelle" (Inferno XXXIV, 139); "L'amor che move il sole e l'altre stelle" (Paradiso XXXIII, 145).
Tuo devoto
M. Nove
P.S.
Per caso non è che hai qualche “amica” visto che siamo in
tanti.

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