Io che ho visto,
metaforicamente, tante cose … non ho visto nascere il comunismo ma l’ho visto
evaporare tra i calcinacci di un muro.
100 anni fa tra il 15 e il 21 gennaio 1921 si creava il partito comunista italiano, PCI. Il tutto avvenne dallo strappo, chiamato scissione di Livorno, con il partito socialista. Il Partito Comunista Italiano vide la fine definitiva nel 1989 dopo la caduta del muro di Berlino, dove cambiò nome e prese la strada di una forma politica diversa ma anche di continuazione con i vecchi valori. Del Partito tanto si è parlato e sparlato ma di sicuro è stato un artefice, nel bene e nel male, di questo nostro assurdo Paese. Ha contribuito alla lotta di liberazione dai
nazifascisti nella seconda guerra mondiale, ha evitato dopo il conflitto, graziando di fatto molti fascisti, a una lotta fratricida. Nel boom economico, anni 70, ha contribuito alla lotta di classe. Senza il Partito, senz’altro, non ci sarebbero stati il sessantotto e lo sviluppo culturale prodotto. Naturalmente ha fatto anche diversi errori, il primo è perdonare dopo la guerra, i fascisti, il secondo è di aver preso le distanze dalla “madre Russia” fuori tempo massimo e il terzo di non aver capito i cambiamenti sociali ed economici che l’hanno investito e portato a cambiare pelle. Anche oggi il suo successore pecca della terza causa e si perde dietro a ideologie che non hanno più ragione d’essere. Dimenticando che la politica è un compromesso tra le varie parti. Naturalmente sono e resteranno mie considerazioni e se per caso rispondessero a verità … meglio per me. Non ho mai fatto politica direttamente anche se da giovane, un po’ per andare contro mio padre, socialista convinto, e un po’ per il clima dei secondi anni settanta, ero un “comunista” sui generis. Il sessantotto non l'ho fatto per l’età, undici anni, e per mancanza di certi stimoli che sarebbero arrivati dopo pochi anni. Solo alla scuola superiore, ITIS, ho avvicinato veri politicanti in erba che facevano la quinta, e compreso certe realtà. Lì capii che ero un ragazzo di “sinistra” e lo sono tuttora, nonostante gli anni passati. Perché essere di sinistra, è diverso che essere comunista, non ci sono ideologie ferme e dogmatiche. Non ci sono utopie, che trovano il tempo che trovano, e soprattutto non c’è la lotta di classe tra i vari lavoratori, una volta al centro di scontri violenti. Tutti i lavoratori sono lavoratori è basta. L’unica lotta di classe che cerco di combattere, nel mio piccolo di ogni giorno, è tra le multinazionali globalizzate e i consumatori, vittime e purtroppo, per esigenza, sostenitori dei primi. Non nego che potevo fare di più nella vita, prima nei comitati di classe nelle scuole a cui ho partecipato come spettatore e partecipe inattivo e poi anche sul lavoro dove ho rifiutato di diventare sindacalista, la tessera l’ho presa, e partecipavo solo agli scioperi che ritenevo giusti. C’è stato un periodo, per fortuna breve, che si scioperava per un nonnulla, specie in ambito statale. Questo ha segnato la disgrazia dei sindacati e la distanza da loro dei lavoratori. Sono di sinistra perché si ha una visione globale dei problemi. Con risoluzioni che devono comprendere se non tutti, quasi. Invece sia la destra sia il vecchio Partito creavano soluzioni buone per la loro solo parte. Bisogna entrare nell’ottica delle idee che siamo tutti sulla stessa barca, il pianeta Terra, e che ogni soluzione tocca tutti e le cause del cambiamento climatico, per esempio, ne sono la prova. E tutti i ricordi andranno a intasare la
memoria per lungo tempo, come ennesimi granelli gettati nella sabbia.
È tempo
dell’auto-sinistra!
M. Nove


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