La Voce della Polvere
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Num. : 0024 / 2019
Titolo : L’Antieditoriale …
(M. Nove)
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In tempi meno recenti, quando non c’era ancora né la radio e né la
televisione e naturalmente internet, le famiglie, prima di coricarsi e riposare
dal duro lavoro giornaliero, si ritrovava nel tinello, se erano in paese,
oppure nel fienile se erano in campagna. Lì le donne facevano lavoretti e
parlavano tra loro, come solo loro san fare, mentre gli uomini aggiustavano
arnesi, fumavano e tacevano guardandosi negli occhi. I bambini invece giocavano
disturbando, senza conseguenze da punizione, e le loro voci si alzavano, di
tono, verso il cielo. Gli anziani invece avevano il compito di raccontare, le
vicende del giorno o narrare di storie accadute veramente o meno. Custodi della
vita di ogni famiglia.
La storia che sto per raccontare, anche se successa in
tempi recentissimi, la si può annoverare tra quelle narrate dagli anziani nel
caldo del fienile o del tinello. La storia racconta di un pastore, voluto come
mestiere dai genitori, che passa l’adolescenza, mentre altri si perdono dietro
ad amori e futilità, in compagnia di pecore, cani e di un solo unico libro, un
antologia italiana di novelle. In solitudine tra i monti della sua terra. Qui,
tra cielo, monti e mare in lontananza, dà seguito a un sogno. Se chiedete del
perché di quel sogno lui risponderà: «Lo spirito, come il vento, soffia dove
vuole. Soffiò sui pastorelli di Fatima e apparve loro la Madonna. Poi soffiò su
di me e scoprii, creai e inventai il teatro sui monti Sikani.» Era un posto
dove portare a pascolare le pecore, dove riposare dalle lunghe ore del giorno e
ammirare il panorama intorno, lì sorgeva una radura. Un vasto spiazzo naturale
già dalla forma di un arena che abbracciava un territorio bellissimo anche se
arso e che idealizzava, nella sua scarna presenza strutturale, un teatro. Prima
come un sogno da ponderare e poi come luogo dove realizzare e impiantare la
volontà umana del realizzare un desiderio. Nacque il teatro, le pecore, sparse
nel brucare, divennero massi su cui sedere e attendere lo spettacolo, i massi
sparsi divennero la struttura architettonica perimetrale e la radura rivelò la
sua vera natura nell’essere un palcoscenico esistente. Il nostro eroe diede il
nome di Andromeda al teatro. In quel periodo aveva letto su una rivista di
scienze che la costellazione di Andromeda sarebbe venuta in collisione con la
Terra tra circa due miliardi e mezzo. Forse per scaramanzia o per distrarla con
una copia perfetta e quindi fermarla riportò la struttura della galassia sul
monte. I posti a sedere, 108 come le stelle, sono posti come si osservano con i
telescopi. Una raffigurazione, forse, atta a fermare la futura collisione. Il
teatro è funzionante, diventando anche un museo e molti turisti accorrono ogni anno
per vederlo. Da un lato c’è una specie di vano, una porta, che da verso il
mare. Da dove, in giornate assolate, si vede Lampedusa e forse anche i poveri
barconi di gente che hanno anche loro un sogno. Un sogno che alcuni cercano con
le chiusure dei porti di non far realizzare. Il pastore, ora contadino e per
sempre uomo, inteso come essere di questo pianeta e non di genere, si chiama
Lorenzo Reina e il teatro Andromeda si trova a Santo Stefano Quisquina.
Trovandomi dalla parte opposta dello stivale non so se riuscirò ad andare a
vederlo, ma volevo parlarne perché ho un attrazione per i palcoscenici. Sogno
di calcarli con monologhi, musica e inventive davanti a un pubblico che nei
miei sogni non vedo mai. Sarà colpa della timidezza innata. Forse i miei teatri
sono nella mente, nei libri che leggo, nei quadri, nei panorami, senza selfie
per carità e nelle rappresentazioni culturali. O forse perché, al contrario del
pastore, mi piace solo sognare. 
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