14/06/19

L'Antieditoriale … !

La Voce della Polvere
Num. : 0024 / 2019        
Titolo : L’Antieditoriale …
(M. Nove)

  In tempi meno recenti, quando non c’era ancora né la radio e né la televisione e naturalmente internet, le famiglie, prima di coricarsi e riposare dal duro lavoro giornaliero, si ritrovava nel tinello, se erano in paese, oppure nel fienile se erano in campagna. Lì le donne facevano lavoretti e parlavano tra loro, come solo loro san fare, mentre gli uomini aggiustavano arnesi, fumavano e tacevano guardandosi negli occhi. I bambini invece giocavano disturbando, senza conseguenze da punizione, e le loro voci si alzavano, di tono, verso il cielo. Gli anziani invece avevano il compito di raccontare, le vicende del giorno o narrare di storie accadute veramente o meno. Custodi della vita di ogni famiglia.
La storia che sto per raccontare, anche se successa in tempi recentissimi, la si può annoverare tra quelle narrate dagli anziani nel caldo del fienile o del tinello. La storia racconta di un pastore, voluto come mestiere dai genitori, che passa l’adolescenza, mentre altri si perdono dietro ad amori e futilità, in compagnia di pecore, cani e di un solo unico libro, un antologia italiana di novelle. In solitudine tra i monti della sua terra. Qui, tra cielo, monti e mare in lontananza, dà seguito a un sogno. Se chiedete del perché di quel sogno lui risponderà: «Lo spirito, come il vento, soffia dove vuole. Soffiò sui pastorelli di Fatima e apparve loro la Madonna. Poi soffiò su di me e scoprii, creai e inventai il teatro sui monti Sikani.» Era un posto dove portare a pascolare le pecore, dove riposare dalle lunghe ore del giorno e ammirare il panorama intorno, lì sorgeva una radura. Un vasto spiazzo naturale già dalla forma di un arena che abbracciava un territorio bellissimo anche se arso e che idealizzava, nella sua scarna presenza strutturale, un teatro. Prima come un sogno da ponderare e poi come luogo dove realizzare e impiantare la volontà umana del realizzare un desiderio. Nacque il teatro, le pecore, sparse nel brucare, divennero massi su cui sedere e attendere lo spettacolo, i massi sparsi divennero la struttura architettonica perimetrale e la radura rivelò la sua vera natura nell’essere un palcoscenico esistente. Il nostro eroe diede il nome di Andromeda al teatro. In quel periodo aveva letto su una rivista di scienze che la costellazione di Andromeda sarebbe venuta in collisione con la Terra tra circa due miliardi e mezzo. Forse per scaramanzia o per distrarla con una copia perfetta e quindi fermarla riportò la struttura della galassia sul monte. I posti a sedere, 108 come le stelle, sono posti come si osservano con i telescopi. Una raffigurazione, forse, atta a fermare la futura collisione. Il teatro è funzionante, diventando anche un museo e molti turisti accorrono ogni anno per vederlo. Da un lato c’è una specie di vano, una porta, che da verso il mare. Da dove, in giornate assolate, si vede Lampedusa e forse anche i poveri barconi di gente che hanno anche loro un sogno. Un sogno che alcuni cercano con le chiusure dei porti di non far realizzare. Il pastore, ora contadino e per sempre uomo, inteso come essere di questo pianeta e non di genere, si chiama Lorenzo Reina e il teatro Andromeda si trova a Santo Stefano Quisquina. Trovandomi dalla parte opposta dello stivale non so se riuscirò ad andare a vederlo, ma volevo parlarne perché ho un attrazione per i palcoscenici. Sogno di calcarli con monologhi, musica e inventive davanti a un pubblico che nei miei sogni non vedo mai. Sarà colpa della timidezza innata. Forse i miei teatri sono nella mente, nei libri che leggo, nei quadri, nei panorami, senza selfie per carità e nelle rappresentazioni culturali. O forse perché, al contrario del pastore, mi piace solo sognare. 


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