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Festival di Sanremo
È iniziato il festival di
Sanremo, con le solite polemiche pre e, in seguito, post che accompagnano da
anni questa manifestazione. Nulla da eccepire è una trasmissione come tante
altre, con l’unico vantaggio che ricorda sempre se stessa. Se guardate bene
dall’inizio a oggi, tranne i cantanti per problemi anagrafici, nulla è
cambiato e nello stesso tempo si ha come l’impressione che tutto sia
cambiato. Forse questa è la sua forza. Di essere in fondo un “gattopardiano”
introverso. Forse. Il problema di base che il festival l’ho sempre vissuto da
esterno, nel senso che ne sentivo parlare, dai genitori, dai colleghi, dai
media e dalle trasmissioni televisive e radiofoniche, ma mai che mi fossi
messo lì a vedere e magari cambiare o accentuare la mia, personale, opinione
negativa. Non mi piaceva e non mi piace, senza un motivo apparente, come
quando una persona, mai conosciuta o vista, ti risulta antipatica appena la
vedi. Nonostante questa avversione, a pelle, sono contento che esista, come
tante altre trasmissioni che non vedo. Il desiderio è che se ne parli di
meno, la nausea nelle ripetizioni è sempre latente in ognuno e finisce per
venire, prepotentemente, fuori. La stessa situazione la vivo anche con il
calcio. Dopo anni, prima nelle scuole e poi sul posto di lavoro con il
martellamento, quotidiano, della televisione, non riesco più a seguirlo come
vorrei. Oggi guardo solo le partite dei campionati mondiali. E non riesco a
seguire bene neanche quelli , rischio molte volte, mi è capitato, di
addormentarmi. Problemi miei ed è meglio che restano tali. Ritornando al
festival, lo spettacolo è assicurato e pure le canzoni e come edizione quelle
che vincono hanno la tendenza a sparire nel giro di poco tempo. Quelle
snobbate o eliminate subito hanno vita lunga, qualche volta, spesso. Il dato
di fatto è una costante del festival e di esempi eclatanti ce ne sono a iosa,
andate a cercarli sul web, che se le elenco qua dopodomani sono ancora qui e
quo. Un fatto positivo è la conseguenza che per qualche tempo le canzoni del
festival vengono date nella radio. Dove negli ultimi anni ci sono solo pezzi
stranieri, sempre gli stessi in tutte le stazioni, e ci sono più siparietti
che musica. Rimpiango le radio, libere, di una volta. Non chiedo certo che
ritornino come erano, nate, perché so, come disse un poeta, so che il
business incombe e dirige le attività umane. Pace, amore e libertà. Perciò
viva il festival e viva che non lo può soffrire. In fondo sono le facce di
una stessa moneta. Commemorativa di un tempo dove le famiglie erano riunite a
vedere pochi canali e solo le canzoni potevano farli evadere dalla loro vita,
dedicata solo al lavoro. Per mantenere la famiglia, scusa adottata per non
far capire che quelli che mantenevano erano solo i “padroni” dove lavoravano.
Il festival, forse, è come il nostro assurdo Paese, bello e brutto, altruista
ed egoista, di sinistra e di destra, invadente e solitario, mangione e a
dieta, sportivo e hoolingan, nello stesso tempo e nello stesso corpo. Per
finire neanche quest’anno guarderò la trasmissione e cambierò canale appena
qualcuno ne parlerà, anzi spegnerò, quelle rare volte che l’accendo, la
televisione. La radio è da un po’ che non l’ascolto. Ascolterò cd, comprati,
di cantanti che mi ispirano. Sarò libero di comprare i cd che voglio? E non
ridete voi che scaricate da internet, non vi accorgete che rubate quello che
vogliono gli “altri”? Provate a cercare quella canzone, particolare che solo
a voi piace e che neanche alle vostre care amiche o inseparabili amici volete
confidare. Ebbene provate a cercarla quella musica perché esiste, ma non su
internet. Lì c’è quella del business. Una volta l’anima la si vendeva al
diavolo con in cambio qualcosa, ora la si vende, non si sa a chi, gratis.
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“Contratto … “
 Dopo: “Non c’è scritto nel
contratto” per dire di non discutere d’altro, negli ultimi tempi si è
arrivati a : “parliamo solo di quello che c’è nel contratto e non d’altro”,
per far capire ad alleati e non che non si deve parlare di … niente. Che non
aggrada a loro stessi. Solo che l’inventiva era riferita proprio a quello
scritto sul famoso “contratto”. Solo che in uno c’era vergato con “penna
d’oro” che certi lavori si dovevano fare, mentre in quello (contratto)
dell’alleato c’era stillato con “sangue nobile” che certe opere non si
dovevano ultimare. L’opera in questione, guarda caso o mera sfortuna coincidenza,
è la stessa. Due visioni per uno stesso problema. Tutti hanno ragione e
nessuno ha torto. In questo annoiato Paese non è “I promessi sposi” il libro
più letto ma, dai continui voltafaccia e strani connubi, “Il Gattopardo”.
Premetto che sono un fautore del cazziatone, da parte di un superiore, a un
collaboratore, reo di aver sbagliato, sia da eseguirsi in ambiti privati. Per
poter dire quello che si pensa e per privare della privacy la povera vittima.
Che a sua volta, isolata dal resto del branco, potrà dire la sua. Con questa
premessa vorrei dire a loro signori che le le loro beghe le risolvessero in
ambito privato e che dopo, ore e giorni di cazzottate, si presentassero
all’opinione pubblica con un idea. Sbagliata o giusta che sia. Essere d’accordo,
per gli alleati, è un segno di potenza e onnipresenza. Naturalmente son
contento che si scontrino davanti a noi gente normale in questo modo,
bestiale. Così ci sarà sempre la speranza che la corda, che riunisce,
tirandola si possa rompere e tutti a … non a casa ma alle elezioni. Con la
convinzione che uno dei due cadrà e non in piedi. Il problema sarà quello che
lascerà in pegno a noi altri tutti. Rinnovamento, cambiamento e … boh, altri
aggettivi non ci sono in campo. Tanto anche questi due non sono nel
“contratto”. Il vero cambiamento sarebbe non incontrare davanti ai portoni di
legno operaio gruppi di lavoratori che stanno perdendo il lavoro e con esso
il sostentamento delle loro famiglie. Persone senza colpe che pagano per
dirigenti e looby del business che loro ne hanno di colpe … ma che non le
pagano. Rinnovamento è permettere a certi anziani non solo di fare la spesa,
la minima necessaria, ma di riempire il carrello con quello che serve per una
vita dignitosa. Questo deve esserci in un contratto serio, umano e logico.
Gli immigrati, la sicurezza, di che se sono tutti alla frutta, la burocrazia,
le regalie, a chi poi?, le inventive contro l’Europa, che sta aiutando anche
se in piccolo i giovani, e altre amenità similari siamo sicuri che siano all’origine
del nostro malessere? Problemi con spacciatori, delinquenti, raccomandati e
l’Europa c’erano anche prima della crisi e ci saranno anche in futuro quando
non si vedranno barconi alla deriva e le case saranno chiuse come cassaforti
e la gente armata a difendersi. Da chi? Perciò, sperando che ci sia nel
contratto vogliamo parlare, seriamente, di lavoro? Se c’è lavoro e di
conseguenza uno stipendio adeguato molte cose si aggiusterebbero … da sole.
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I cani al supermercato …
 Negli ultimi tempi sto
notando una cosa particolare, nei grandi supermercati, quelli con negozi
dentro negozi e ristoranti e giochi per bambini, girano dei cani. Intesi sia
con due che con quattro zampe. Al guinzaglio e con sacchetti in dotazione
camminano tra i bipedi, indifferenti di tutto ciò. All’inizio solo fuori dal
supermercato vero e proprio ma ultimamente, grazie a particolare carrelli,
anche dentro. Tra gli stand, le corsie e gli scaffali. Premetto che voglio
bene agli animali e ai cani in particolare. Tra quelli che si dividono tra
amanti del gatto e quelli del cane … sono portato istintivamente verso
quest’ultimi. Però i cani non devono stare nei supermercati e nei negozi in
genere. Li sento tutti a insorgere, a insultare e a gridare ecco il solito
nemico degli animali. Non gli vuole bene. Invece vi dico che siete voi che
non amate gli animali. Li vestiti con i cappottini, li riparate dal sole con
gli ombrellini, gli tagliate le orecchie e le code per una bellezza estetica,
li sterilizzate e li fate mangiare le crocchette o i biscotti o altre
schifezze simili. E li amano così tanto da portarli in un luogo affollato in
mezzo a tanta gente. Incuranti delle spinte che ricevono, degli urti da parte
di sporte colme sui fianchi, del pestaggio delle zampe, dell’odore fortissimi
di gente accalcata in uno spiazzo chiuso. Li amate e li portate in mezzo al
mangiare umano solleticando il loro odorato e senza una controparte per loro.
Li amate proprio. I cani hanno bisogno di stare all’aperto, a correre nei parchi
liberi e di giocare con i padroni. Cose negate tra la folla. Poi se qualche
animale, a un tocco involontario, si ribella e morde succedono le risse.
Almeno la museruola mettetela, c’è pure la legge che la impone, quando ci si
trova tra la gente. E la rivalità tra cani la mettete in conto? Ognuno è
diverso e cerca di farsi suo un territorio e di soggiogare altri come lui, fa
parte della sua natura. Per far questo lascia dei segnali olfattivi e non
nell’area in cui transita. Il pericolo si annida nei peli che il cane
rilascia, siamo in supermercato in cui l’igiene deve essere al primo posto, e
che si depositano sugli abiti degli altri e su tutti i prodotti. Alla fine il
povero animale non capisce più nulla e le conseguenze non si faranno
attendere. Perciò cari amici degli animali quando andate in posto affollato
lasciate il povero cane a casa o nel cortile nella tranquillità della sua
routine quotidiana. Al ritorno, magari, portagli pure un regalino, meglio
qualcosa da mangiare … sano.
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Italia vs Francia (come ogni partita
finisce sempre ai rigori)
 Da una parte la
“grandeur” e dall’altra la “genialità”, di là la consapevolezza della propria
identità e di qua la certezza della nostra amalgabilità etnica, da lì la gara
sempre aperta nei nostri confronti, da qui il menefreghismo derivante dalla
nostra superiorità interiore, loro affidabili noi estrosi, loro permalosi e
noi … pure. Insomma cani e galli, gatti e topi ecco il rapporto con i nostri
cugini di oltre alpe. Noi da tradizione i parenti li teniamo stretti e seppur
senza amarli li difendiamo e li coccoliamo. Loro invece no. Addirittura
coniano il detto che i “francesi” sono degli italiani incazzati. Loro per
superarci nella fabbricazione del vino allargano a dismisura, sulla carta,
vedere la zona dello “champagne”, le
zone storiche delle vigne. Direi che loro si considerano superiori a noi e
nello stesso tempo si ingegnano a sfidarci e a gareggiare contro di noi, per
dimostrarlo. Temono, da sempre, la nostra imprevedibilità. Forse hanno paura
di assomigliarci. Solo che ultimamente ci stiamo, noi, comportando come loro
e sul piano politico la cosa potrebbe diventare se non pericolosa molto
inattesa. Specie sulle conseguenze a tutti ignote. Ricordate la “testata”
nella finale mondiale del 2006? Da parte di un grande giocatore, fino allora.
Poi per un gesto sciagurato si è giocato tutta una carriera. Da buon
francese, appunto. Quella testata ha segnato un mondiale e la sfida finale.
Ebbene oggi la testata la data il governo, nostrano, e speriamo di non far la
fine inversa di allora. Si giustificano, gli interessati, dicendo che loro
essendo politici possono vedere chi vogliono. Non è così. Specialmente se vai
con seguito di colleghi, giornalisti, di parte, e con l’ufficialità
sbandierata a più riprese. Magari anche a spese dei contribuenti visto che
saranno andati in aereo. Chi ha pagato? Per incontrare chi? Un partito
politico, una classe dirigente o dei movimenti che si ispirano a qualche
parte politica? No, sono andati a incontrare i “gilet gialli” che non sono né
un partito, per lo meno fino adesso, né un movimento che si ispira a parti
politiche. Sono solo gente che protesta, troppo in maniera esagerata, per il
proprio impegno civile. Anche da noi, ogni giorno, ci sono manifestazioni
simili e nessuno di quei signori ci va. Allora? Pensiamo solo ai cugini e non
a noi? Il Presidente francese ha fatto bene a incazzarsi, lo facciamo anche
noi quando qualcuno ci viene a fare le pulci in casa nostra. E se i nostri
politici non lo capiscono sarà meglio che i cittadini prendano nota e
agiscano di conseguenza. Perché oggi è con la Francia e finirà, dopo
polemiche serie e semiserie, a vino e tarallucci, in un futuro potrebbe
capitare con qualche Paese dell’Est o dell’Africa. E lì non ci pensano due
volte a coinvolgerci in qualcosa di imprevedibile e impensato. Ricordiamoci
che siamo dei geni ma non guerrieri e di questo ne vado fiero.
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