Favolettaccia …
In un castello non certo da favola ma solo da maniero sgarrupato
il signorotto di turno, per mancanza di concorrenti diretti e indiretti,
doveva decidere, dall’alto della bassezza, della sorte avversa di un suddito
che aveva peccato di qualcosa che non era forse ne sua colpa ne sua causa.
Il signorotto con la panza piena assai e il cervello … lasciamo perdere
chiese un motivo valido nell’ottica tutta sua, si impressionava alle esecuzioni,
per non condannarlo alla pena capitale, a cui era ed è destinato, anche perché amante
di scuse nuove e strane da imparare e usare in altri ambiti inconfessabili alla signorotta sua consorte.
Un motivo chiese al bifolco e pure alla moglie, dopo la non risposta del marito,
lo chiese anche al figlio tutto sporco che non gli importava e voleva solo correre fuori,
così la scena muta naufragò nella grandezza del cappio attorno al collo e alla parola silenziosa
del corpo sudato e arso dalla polvere di terra arata poi seminata e mai raccolta.
L’ inutile e vano motivo non sgorgava come zampillo arido e avaro di una fontana
e la famiglia venne data in pasto all’unico regalo da parte del signorotto per la loro misera vita,
un dono al boia che giustiziò il contadino liberò dalla schiavitù la moglie che rese sua schiava
e come garzone Il figlio che non vedeva per niente cambiata la propria vita da com’era.
Il tempo passò e ritornò più volte, il boia venne roncolato dalla contadina non più incline a soprusi
sessisti dell’uomo e a sua volta giustiziata sulla pubblica piazza, dal figlio che aveva imparato il mestiere,
perché certe ribellioni neanche in futuro saranno ammesse e comprese neanche dai familiari,
pentito il figlio scappò come fanno solo i giovani, verso giorni forse felici ma lontani dal rimorso.
Anni dopo nel castello non certo da favola e sempre più sgarrupato
il signorotto si vide arringare da un cavaliere celato in una armatura lucente come la luna piena
che gli chiedeva un motivo per non ucciderlo dato che lui a sua volta aveva ucciso i suoi genitori,
chiese a voce ferma e decisa quell’unico motivo per non appenderlo come un altalena al lampadario.
Il signorotto rimase senza parole, parole dimenticate dal non uso di termini adeguati e tanti pochi comandi,
alla fine rispose com’era d’uopo: che era il signorotto del castello, con un feudo da sfruttare, un territorio
da difendere, un imperatore da mantenere, i nobili da sfamare e la famiglia da cui difendere la propria vita,
il cavaliere pensò che tutto sommato essere signorotto era già una punizione grande e se ne andò.
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