Io ne ho lette di cose che … non immaginavo potevano essere presenti oltre i bastioni di una conoscenza al largo dell’incredulità ... Come quella pianta, la Fritillaria Delavayi, che si può mimetizzare come fa un camaleonte qualsiasi. Penso che sia l’unico caso in natura … ma mai dire mai. Questa pianta, che a me pare più un fiore, vive sulle montagne cinesi. La pianta o fiore o erba perenne è stata utilizzata, forse lo è anche tutt’ora, come medicina tradizionale nella Cina. Secondo gli scienziati, che hanno fatto la scoperta, è stata la massiccia raccolta di questo fiore a far scattare quella difesa.
La mimetizzazione come unico modo di sopravvivenza … dall’uomo. La scoperta infatti è avvenuto in quei luoghi dove la raccolta è più intensiva. L’unico caso, finora, dove l’uomo è l’artefice primario di un cambiamento genetico in un'altra specie, per via naturale. In altri casi siamo intervenuti di “persona” a modificare le cose. Il professor Martin Stevens, afferma: «È straordinario vedere come gli esseri umani possano avere un impatto così diretto e drammatico sulla colorazione degli organismi selvatici, non solo sulla loro sopravvivenza ma sulla loro stessa evoluzione. Molte piante sembrano usare il camuffamento per nascondersi dagli erbivori che potrebbero mangiarle, ma qui vediamo il camuffamento evolversi in risposta all'intensità dei raccolti fatti dagli umani. È possibile che gli esseri umani abbiano guidato l'evoluzione delle strategie difensive in altre specie vegetali, ma sorprendentemente poche ricerche lo hanno esaminato».Dopo la
pianta camaleonte, per sfuggire alla raccolta umana, ecco una pianta che si
difende dai suoi predatori naturali. Quando sente un bruco che sta banchettando
con le sue foglie, questa pianta emette un odore per richiamare i nemici dei
bruchi. Come a dire che di mangiata perisce di mangiata perisce.
Le piante possono accorgersi se i
bruchi stanno mangiando le loro foglie e possono reagire a questi attacchi. Una
nuova ricerca, condotta da ricercatori del Centro di competenza in ecologia
chimica dell’Università di Neuchâtel, scopre oggi un importante recettore
coinvolto in questa reazione.
Come spiega Ted Turlings, che aveva fatto proprio trent’anni fa la
scoperta relativa alla reazione da parte delle piante agli attacchi dei bruchi,
lui e il suo team hanno scoperto il primo recettore vegetale, denominato
recettore dell’inceptina (INR), che permette alle piante di fagiolo di reagire
ad un elicitore. Questo recettore reagisce alla firma molecolare della saliva
del bruco (nello specifico a frammenti peptidici di inceptina presenti nelle
secrezioni orali) e favorisce la reazione delle piante del fagiolo dall’occhio
(Vigna
unguiculata) e fagiolo comune (Phaseolus vulgaris).
Attivato il recettore, le piante
rilasciano particolari composti volatili il cui odore attira i nemici naturali
dei bruchi tra cui le vespe parassite, vespe che depositano le loro uova nel
bruco, ed altri insetti pedatori che invece tendono a mangiarlo direttamente.
Per ognuno di questi insetti gli odori sono leggermente diversi e le stesse
sostanze da cui questi odori derivano possono essere “scatenate” anche le
infezioni patogene.
Questa ricerca, come spiegano gli stessi ricercatori, potrebbe essere di aiuto
per creare sensori che possono rilevare questi odori per quanto riguarda le
piante coltivate.
Detti sensori potrebbero, infatti, notificare agli stessi
agricoltori la presenza di parassiti, malattie o predatori delle piante: “Ciò
consentirà agli agricoltori di intraprendere azioni specifiche al momento e nel
luogo giusti e potrebbe ridurre in modo significativo la necessità di pesticidi
sintetici”, spiega Turlings.
Inoltre la scoperta di questo recettore specifico potrebbe permettere la
creazione di piante, non solo di fagioli, che possano reagire in maniera più
efficace all’attacco degli stessi insetti.
i ricercatori, per esempio, hanno già individuato un recettore corrispondente a
quello delle piante di fagiolo che difende le piante del tabacco dai bruchi
della falena Spodoptera exigua.
Bruco
di Spodoptera exigua
Per
finire il terzetto di vegetali superingegnosi ecco il fiore che per poter
sopravvivere si fa impollinare due volte, in primavera e in estate, cambiando
aspetto e colore. Come a dire un abito per ogni stagione.
Scoperta pianta che produce fiori del tutto
diversi a seconda della stagione
Fiori
di Moricandia arvensis: a sinistra la versione
"primaverile" , a destra quella "estiva"
Un fenomeno particolarmente curioso, caratteristico di una specie
di pianta originaria del bacino del Mediterraneo, viene descritto in un nuovo
studio apparso su Nature Communications. I
ricercatori dell’Università di Granada (UGR) descrivono infatti un fenomeno di
“plasticità fenotipica”, ossia quella capacità di un essere vivente di riprodurre
tramite il proprio genotipo fenotipi diversi, in questo caso in risposta a
fattori ambientali.
In questo caso i ricercatori hanno analizzato una pianta che
produce fiori del tutto diversi tra la primavera e l’estate e in quanto il
calore ambientale modifica la sua espressione genica.
Nel corso della primavera, infatti, la Moricandia arvensis produce
di fiori color lilla abbastanza grandi e a forma di croce. Questi fiori servono
alla pianta stessa per attirare le api affinché eseguano l’impollinazione.
Questa pianta, continua però a fiorire anche durante l’estate che è abbastanza
secca e calda nell’area del Mediterraneo occidentale, dove è più presente (la
si può trovare, oltre che nella Spagna meridionale, anche nel Nordafrica fino
al Sahara).
“Ciò è dovuto alla sua plasticità
nei principali tratti vegetativi e fotosintetici che regolano il suo
metabolismo a queste condizioni estreme di alta temperatura e deficit idrico”,
spiega Francisco Perfectti Álvarez, un professore di genetica dell’UGR e autore
principale dello studio.
Ed è proprio il caldo dell’estate ad innescare quei cambiamenti che portano
questa pianta a cambiare l’espressione genica di 625 geni, cosa che la porta a
produrre fiori che sono del tutto diversi. Durante l’estate produce infatti fiori
molto più piccoli, arrotondati e di colore bianco, più utili per assorbire i
raggi ultravioletti.
Inoltre questi fiori “estivi”
attirano insetti vari e da questo punto di vista la pianta diventa più
“generalista” in quanto gli insetti che eseguono l’impollinazione sono di
diverse specie, cosa che permette alla pianta stessa di riprodursi con più
efficienza in condizioni difficili come quelle più secche e più calde.
I ricercatori dell’Università di Granada hanno realizzato lo studio lavorando
con colleghi del Consiglio superiore spagnolo per la ricerca e delle università
di Vigo, Pablo Olavide e Rey Juan Carlos.
In corsivo
estratti da articoli sul web, se volete saperne di più visitate questo link https://notiziescientifiche.it/category/biologia/botanica/
E tutti questi
accadimenti andranno a intasare la memoria per lungo tempo, come ennesimi
granelli gettati nella sabbia, in una consapevolezza che non siamo gli unici
detentori di scaltrezza, forza, intelligenza e ingegno in questo mondo non solo
umano.
È tempo
dell’auto-oblio!
M. Nove




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