Passato
Sentire con un pizzico di sorpresa malcelata,
una, fra le
tante ormai da tempo non udita,
canzone
sfuggita all’ oblio di un tuffo inaspettato
nel
pirotecnico lascito delle memorie solo nostre.
Canzone
insinuante, nei meandri di nervi scoperti,
dalle radici
dimenticate, a marcire in una foresta scomparsa,
al limitar di un pensiero rincorso fin nelle profondità
di un pianto
per il perduto e forse anche per il guadagnato.
Sentire la canzone che esaurita la funzione,
di cui noi siamo gli artefici,
finendo si
allontana con aria sdegnosa, offesa dai ricordi distorti,
fino a dove
lo sguardo, che si perde per la nebbia, cela la verità,
scritta
anche sulle note di una canzone che andiamo a cercare disperati.
Presente
Spiare la danza degli ornitorinchi di
nascosto per non alterare l’armonia
nelle calme
acque, talamo di una felicità solo loro, del corso di un fiume fra le piante
di una
foresta, sognata attraverso film e libri, che altera si erge in una natura
profonda di
essenza e istintiva vita selvaggia e libera e prigioniera della natura.
Osservare le giravolte armoniose fra i
riflessi delle onde rilucenti
che si
sprigionano gocciolanti dal pelo reso lucido dall’acqua,
culla e
complice e osservatrice neutra del gioco dove si perdono
le certezze
di una ricerca disperata di vite non loro e perciò distante.
Guardare le acrobazie dei due corpi uniti che
si avvitano
in una gara
di specularietà gioiosa in un silenzio fatto di voci di bosco,
di fruscio
di foglie, di tronchi che si ergono, di animali che vivono,
di vento che
soffia, di onde che accarezzano e mimetizzano il tutto.
Allontanare lo sguardo timorosi dei propri
pensieri, non più nostri,
che si
intrecciano nelle piroette degli ornitorinchi perdendosi, come giusto,
in una
foresta dove le anime parlano di vite e conoscenze perse, forse,
per sempre
nell’inutile ricerca di capire il nulla e vedere il niente.
Futuro
Fumare una sigaretta alla fermata
dell’autobus sotto il sole di agosto,
udire
l’altrui musica dal lettore con le batterie scaricate dall’usura,
toccare i
carrelli delle spese colmi fino all’inverosimile e non più trasportabili,
urlare dal
terzo anello dello stadio vuoto verso la ripresa della partita nella
televisione,
russare la
notte sui materassi non adatti a fare cose da natura neanche a sognare,
osservare i
poster di macchine sfavillante che presentano donne e/o uomini lontani.
Fischiare un’aria sconosciuta perché sentita
alla radio muta da giorni,
usare la
bicicletta per toglierla dal garage dove piena di polvere esisteva,
troncare i
rapporti con il proprio cane unico amico rimasto,
uniformare
gli schermi dei telefonini come delle suonerie per sentirsi partecipe,
reagire alla
voglia di cioccolata che fa venire i brufoli al bambino dimenticato,
ondeggiare
nei balli disuniformi e disfrenati per crollare sudato e solo.
Fissare il sole attraverso gli occhiali che
non riparano e contare le nuvole inesistenti,
urtare
contro le carcasse delle vetture abbandonate arrugginite all’aria non salubre,
tastare i
muri scrostati per ricordarsi i colori e la forma dal nome dimenticato,
ungere a
vuoto gli occhi per piangere lacrime asciutte che non sanno più di sale,
rovinare a
terra alzando la polvere che riempie ogni poro della pelle,
omettere il
proprio destino che sa ormai del nulla che circonda il niente.

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