La Voce della Polvere
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Il venerdì della Poesia (a cura di M. Nove)
Num.:0014 / 2019
Titolo: L’Orlando Furioso (1° capitolo)
Autore : Ludovico Ariosto
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1
Le
donne, i cavallier, l'arme, gli amori,
le
cortesie, l'audaci imprese io canto,
che
furo al tempo che passaro i Mori
d'Africa
il mare, e in Francia nocquer tanto,
seguendo
l'ire e i giovenil furori
d'Agramante
lor re, che si diè vanto
di
vendicar la morte di Troiano
sopra
re Carlo imperator romano.
2
Dirò
d'Orlando in un metesmo tratto
cosa
non detta in prosa mai né in rima:
che
per amor venne in furore e matto,
d'uom
che sì saggio era stimato prima;
se
da colei che tal quasi m'ha fatto,
che
'l poco ingegno ad or ad or mi lima,
me
ne sarà però tanto concesso,
che
mi basti a finir quanto ho promesso.
3
Piacciavi,
generosa Erculea prole,
ornamento
e splendor del secol nostro,
Ippolito,
aggradir questo che vuole
e
darvi sol può l'umil servo vostro.
Quel
ch'io vi debbo, posso di parole
pagare
in parte e d'opera d'inchiostro;
né
che poco io vi dia da imputar sono,
che
quanto io posso dar, tutto vi dono.
4
Voi
sentirete fra i più degni eroi,
che
nominar con laude m'apparecchio,
ricordar
quel Ruggier, che fu di voi
e
de' vostri avi illustri il ceppo vecchio.
L'alto
valore e' chiari gesti suoi
vi
farò udir, se voi mi date orecchio,
e
vostri alti pensier cedino un poco,
sì
che tra lor miei versi abbiano loco.
5
Orlando,
che gran tempo inamorato
fu
de la bella Angelica, e per lei
in
India, in Metia, in Tartaria lasciato
avea
infiniti et immortal trofei,
in
Ponente con essa era tornato,
dove
sotto i gran monti Pirenei
con
la gente di Francia e de Lamagna
re
Carlo era attendato alla campagna,
6
per
far al re Marsilio e al re Agramante
battersi
ancor del folle ardir la guancia,
d'aver
condotto, l'un, d'Africa quante
genti
erano atte a portar spada e lancia;
l'altro,
d'aver spinta la Spagna inante
a destruzion
del bel regno di Francia.
E
così Orlando arrivò quivi a punto:
ma
tosto si pentì d'esservi giunto;
7
Che
vi fu tolta la sua donna poi:
ecco
il giudicio uman come spesso erra!
Quella
che dagli esperii ai liti eoi
avea
difesa con sì lunga guerra,
or
tolta gli è fra tanti amici suoi,
senza
spada adoprar, ne la sua terra.
Il
savio imperator, ch'estinguer vòlse
un
grave incendio, fu che gli la tolse.
8
Nata
pochi dì inanzi era una gara
tra
il conte Orlando e il suo cugin Rinaldo;
che
ambi avean per la bellezza rara
d'amoroso
disio l'animo caldo.
Carlo,
che non avea tal lite cara,
che
gli rendea l'aiuto lor men saldo,
questa
donzella, che la causa n'era,
tolse,
e diè in mano al duca di Bavera;
9
in
premio promettendola a
quel
d'essi,
ch'in
quel conflitto, in quella gran giornata,
degli
infideli più copia uccidessi,
e di
sua man prestasse opra più grata.
Contrari
ai voti poi furo i successi;
ch'in
fuga andò la gente battezzata,
e
con molti altri fu 'l duca prigione,
e
restò abbandonato il padiglione.
10
Dove,
poi che rimase la donzella
ch'esser
dovea del vincitor mercede,
inanzi
al caso era salita in sella,
e
quando bisognò le spalle diete,
presaga
che quel giorno esser rubella
dovea
Fortuna alla cristiana fede:
entrò
in un bosco, e ne la stretta via
rincontrò
un cavallier ch'a piè venía.
11
Indosso
la corazza, l'elmo in testa,
la
spada al fianco, e in braccio avea lo scudo;
e
più leggier correa per la foresta,
ch'al
pallio rosso il villan mezzo ignudo.
Timida
pastorella mai sì presta
non
volse piede inanzi a serpe crudo,
come
Angelica tosto il freno torse,
che
del guerrier, ch'a piè venía, s'accorse.
12
Era
costui quel paladin gagliardo,
figliuol
d'Amon, signor di Montalbano,
a
cui pur dianzi il suo destrier Baiardo
per
strano caso uscito era di mano.
Come
alla donna egli drizzò lo sguardo,
riconobbe,
quantunque di lontano,
l'angelico
sembiante e quel bel volto
ch'all'amorose
reti il tenea involto.
13
La
donna il palafreno a dietro volta,
e
per la selva a tutta briglia il caccia;
né
per la rara più che per la folta,
la
più sicura e miglior via procaccia:
ma
pallida, tremando, e di sé tolta,
lascia
cura al destrier che la via faccia.
Di
sù di giú, ne l'alta selva fiera
tanto
girò, che venne a una riviera.
14
Su
la riviera Ferraù trovosse
di
sudor pieno e tutto polveroso.
Da
la battaglia dianzi lo rimosse
un
gran disio di bere e di riposo;
e
poi, mal grado suo, quivi fermosse,
perché,
de l'acqua ingordo e frettoloso,
l'elmo
nel fiume si lasciò cadere,
né
l'avea potuto anco rïavere.
15
Quanto
potea più forte, ne veniva
gridando
la donzella ispaventata.
A
quella voce salta in su la riva
il
Saracino, e nel viso la guata;
e la
conosce subito ch'arriva,
ben
che di timor pallida e turbata,
e
sien più dì che non n'udì novella,
che
senza dubbio ell'è Angelica bella.
16
E
perché era cortese, e n'avea forse
non
men dei dui cugini il petto caldo,
l'aiuto
che potea, tutto le porse,
pur
come avesse l'elmo, ardito e baldo:
trasse
la spada, e minacciando corse
dove
poco di lui temea Rinaldo.
Più
volte s'eran già non pur vetuti,
m'al
paragon de l'arme conosciuti.
17
Cominciâr
quivi una crudel battaglia,
come
a piè si trovâr, coi brandi ignudi:
non
che le piastre e la minuta maglia,
ma
ai colpi lor non reggerian gl'incudi.
Or,
mentre l'un con l'altro si travaglia,
bisogna
al palafren che 'l passo studi;
che
quanto può menar de le calcagna,
colei
lo caccia al bosco e alla campagna.
18
Poi
che s'affaticâr gran pezzo invano
i
duo guerrier per por l'un l'altro sotto,
quando
non meno era con l'arme in mano
questo
di quel, né quel di questo dotto;
fu
primiero il signor di Montalbano,
ch'al
cavallier di Spagna fece motto,
sì
come quel c'ha nel cor tanto fuoco,
che
tutto n'arde e non ritrova loco.
19
Disse
al pagan: - Me sol cretuto avrai,
e
pur avrai te meco ancora offeso:
se
questo avvien perché i fulgenti rai
del
nuovo sol t'abbino il petto acceso,
di
farmi qui tardar che guadagno hai?
che
quando ancor tu m'abbi morto o preso,
non
però tua la bella donna fia;
che,
mentre noi tardian, se ne va via.
20
Quanto
fia meglio, amandola tu ancora,
che
tu le venga a traversar la strada,
a
ritenerla e farle far dimora,
prima
che più lontana se ne vada!
Come
l'avremo in potestate, allora
di
ch' esser de' si provi con la spada:
non
so altrimenti, dopo un lungo affanno,
che
possa riuscirci altro che danno. -
21
Al
pagan la proposta non dispiacque:
così
fu differita la tenzone;
e
tal tregua tra lor subito nacque,
sì
l'odio e l'ira va in oblivïone,
che
'l pagano al partir da le fresche acque
non
lasciò a piedi il buon figliuol d'Amone:
con
preghi invita, et al fin toglie in groppa,
e
per l'orme d'Angelica galoppa.
22
Oh
gran bontà de' cavallieri antiqui!
Eran
rivali, eran di fé diversi,
e si
sentian degli aspri colpi iniqui
per
tutta la persona anco dolersi;
e
pur per selve oscure e calli obliqui
insieme
van senza sospetto aversi.
Da
quattro sproni il destrier punto arriva
ove
una strada in due si dipartiva.
23
E
come quei che non sapean se l'una
o
l'altra via facesse la donzella
(però
che senza differenzia alcuna
apparia
in amendue l'orma novella),
si
messero ad arbitrio di fortuna,
Rinaldo
a questa, il Saracino a quella.
Pel
bosco Ferraù molto s'avvolse,
e
ritrovossi al fine onde si tolse.
24
Pur
si ritrova ancor su la riviera,
là
dove l'elmo gli cascò ne l'onde.
Poi
che la donna ritrovar non spera,
per
aver l'elmo che 'l fiume gli asconde,
in
quella parte onde caduto gli era
discende
ne l'estreme umide sponde:
ma
quello era sì fitto ne la sabbia,
che
molto avrà da far prima che l'abbia.
25
Con
un gran ramo d'albero rimondo,
di
ch'avea fatto una pertica lunga,
tenta
il fiume e ricerca sino al fondo,
né
loco lascia ove non batta e punga.
Mentre
con la maggior stizza del mondo
tanto
l'indugio suo quivi prolunga,
vede
di mezzo il fiume un cavalliero
insino
al petto uscir, d'aspetto fiero.
26
Era,
fuor che la testa, tutto armato,
et
avea un elmo ne la destra mano:
avea
il metesimo elmo che cercato
da
Ferraù fu lungamente invano.
A
Ferraù parlò come adirato,
a
disse: - Ah mancator di fé, marano!
perché
di lasciar l'elmo anche t'aggrevi,
che
render già gran tempo mi dovevi?
27
Ricordati,
pagan, quando uccidesti
d'Angelica
il fratel (che son quell'io),
dietro
all'altr'arme tu mi promettesti
gittar
fra pochi dì l'elmo nel rio.
Or
se Fortuna (quel che non volesti
far
tu) pone ad effetto il voler mio,
non
ti turbare; e se turbar ti déi,
turbati
che di fé mancato sei.
28
Ma
se desir pur hai d'un elmo fino,
trovane
un altro, et abbil con più onore;
un
tal ne porta Orlando paladino,
un
tal Rinaldo, e forse anco migliore:
l'un
fu d'Almonte, e l'altro di Mambrino:
acquista
un di quei duo col tuo valore;
e
questo, ch'hai già di lasciarmi detto,
farai
bene a lasciarmi con effetto. -
29
All'apparir
che fece all'improvviso
de
l'acqua l'ombra, ogni pelo arricciossi,
e
scolorossi al Saracino il viso;
la
voce, ch'era per uscir, fermossi.
Udendo
poi da l'Argalia, ch'ucciso
quivi
avea già (che l'Argalia nomossi),
la
rotta fede così improverarse,
di
scorno e d'ira dentro e di fuor arse.
30
Né
tempo avendo a pensar altra scusa,
e
conoscendo ben che 'l ver gli disse,
restò
senza risposta a bocca chiusa;
ma
la vergogna il cor sì gli trafisse,
che
giurò per la vita di Lanfusa
non
voler mai ch'altro elmo lo coprisse,
se
non quel buono che già in Aspramonte
trasse
del capo Orlando al fiero Almonte.
31
E
servò meglio questo giuramento,
che
non avea quell'altro fatto prima.
Quindi
si parte tanto malcontento,
che
molti giorni poi si rode e lima.
Sol
di cercare è il paladino intento
di
qua di là, dove trovarlo stima.
Altra
ventura al buon Rinaldo accade,
che
da costui tenea diverse strade.
32
Non
molto va Rinaldo, che si vede
saltare
inanzi il suo destrier feroce:
-
Ferma, Baiardo mio, deh, ferma il piede!
che
l'esser senza te troppo mi nuoce. -
Per
questo il destrier sordo, a lui non riete
anzi
più se ne va sempre veloce.
Segue
Rinaldo, e d'ira si distrugge:
ma
seguitiamo Angelica che fugge.
33
Fugge
tra selve spaventose e scure,
per
lochi inabitati, ermi e selvaggi.
Il
mover de le frondi e di verzure,
che
di cerri sentia, d'olmi e di faggi,
fatto
le avea con subite paure
trovar
di qua di là strani vïaggi;
ch'ad
ogni ombra vetuta o in monte o in valle,
temea
Rinaldo aver sempre alle spalle.
34
Qual
pargoletta o damma o capriuola,
che
tra le fronde del natio boschetto
alla
madre vetuta abbia la gola
stringer
dal pardo, o aprirle 'l fianco o 'l petto,
di
selva in selva dal crudel s'invola,
e di
paura triema e di sospetto:
ad
ogni sterpo che passando tocca,
esser
si crede all'empia fera in bocca.
35
Quel
dì e la notte e mezzo l'altro giorno
s'andò
aggirando, e non sapeva dove.
Trovossi
al fine in un boschetto adorno,
che
lievemente la fresca aura muove.
Duo
chiari rivi, mormorando intorno,
sempre
l'erbe vi fan tenere e nuove;
e
rendea ad ascoltar dolce concento,
rotto
tra picciol sassi, il correr lento.
36
Quivi
parendo a lei d'esser sicura
e
lontana a Rinaldo mille miglia,
da
la via stanca e da l'estiva arsura,
di
riposare alquanto si consiglia:
tra'
fiori smonta, e lascia alla pastura
andare
il palafren senza la briglia;
e
quel va errando intorno alle chiare onde,
che
di fresca erba avean piene le sponde.
37
Ecco
non lungi un bel cespuglio vede
di
prun fioriti e di vermiglie rose,
che
de le liquide onde al specchio siete,
chiuso
dal sol fra l'alte quercie ombrose;
così
vòto nel mezzo, che concete
fresca
stanza fra l'ombre più nascose:
e la
foglia coi rami in modo è mista,
che
'l sol non v'entra, non che minor vista.
38
Dentro
letto vi fan tenere erbette,
ch'invitano
a posar chi s'appresenta.
La
bella donna in mezzo a quel si mette;
ivi
si corca et ivi s'addormenta.
Ma
non per lungo spazio così stette,
che
un calpestio le par che venir senta:
cheta
si leva, e appresso alla riviera
vede
ch'armato un cavallier giunt'era.
39
Se
gli è amico o nemico non comprende:
tema
e speranza il dubbio cor le scuote;
e di
quella aventura il fine attende,
né
pur d'un sol sospir l'aria percuote.
Il
cavalliero in riva al fiume scende
sopra
l'un braccio a riposar le gote;
e in
un suo gran pensier tanto penètra,
che
par cangiato in insensibil pietra.
40
Pensoso
più d'un'ora a capo basso
stette,
Signore, il cavallier dolente;
poi
cominciò con suono afflitto e lasso
a
lamentarsi sì soavemente,
ch'avrebbe
di pietà spezzato un sasso,
una
tigre crudel fatta clemente.
Sospirando
piangea, tal ch'un ruscello
parean
le guancie, e 'l petto un Mongibello.
41
-
Pensier (dicea) che 'l cor m'aggiacci et ardi,
e
causi il duol che sempre il rode e lima,
che
debbo far, poi ch'io son giunto tardi,
e
ch'altri a côrre il frutto è andato prima?
a
pena avuto io n'ho parole e sguardi,
et
altri n'ha tutta la spoglia opima.
Se
non ne tocca a me frutto né fiore,
perché
affligger per lei mi vuo' più il core?
42
La
verginella è simile alla rosa,
ch'in
bel giardin su la nativa spina
mentre
sola e sicura si riposa,
né
gregge né pastor se le avicina;
l'aura
soave e l'alba rugiadosa,
l'acqua,
la terra al suo favor s'inchina:
gioveni
vaghi e donne inamorate
amano
averne e seni e tempie ornate.
43
Ma
non sì tosto dal materno stelo
rimossa
viene e dal suo ceppo verde,
che
quanto avea dagli uomini e dal cielo
favor,
grazia e bellezza, tutto perde.
La
vergine che 'l fior, di che più zelo
che
de' begli occhi e de la vita aver de',
lascia
altrui côrre, il pregio ch'avea inanti
perde
nel cor di tutti gli altri amanti.
44
Sia
Vile agli altri, e da quel solo amata
a
cui di sé fece sì larga copia.
Ah,
Fortuna crudel, Fortuna ingrata!
trionfan
gli altri, e ne moro io d'inopia.
Dunque
esser può che non mi sia più grata?
dunque
io posso lasciar mia vita propia?
Ah,
più tosto oggi manchino i dì miei,
ch'io
viva più, s'amar non debbo lei! -
45
Se
mi domanda alcun chi costui sia,
che
versa sopra il rio lacrime tante,
io
dirò ch'egli è il re di Circassia,
quel
d'amor travagliato Sacripante;
io
dirò ancor, che di sua pena ria
sia
prima e sola causa essere amante,
e
pur un degli amanti di costei:
e
ben riconosciuto fu da lei.
46
Appresso
ove il sol cade, per suo amore
venuto
era dal capo d'Orïente;
che
seppe in India con suo gran dolore,
come
ella Orlando sequitò in Ponente:
poi
seppe in Francia che l'imperatore
sequestrata
l'avea da l'altra gente,
per
darla all'un de' duo che contra il Moro
più
quel giorno aiutasse i Gigli d'oro.
47
Stato
era in campo, e inteso avea di quella
rotta
crudel che dianzi ebbe re Carlo:
cercò
vestigio d'Angelica bella,
né
potuto avea ancora ritrovarlo.
Questa
è dunque la trista e ria novella
che
d'amorosa doglia fa penarlo,
affligger,
lamentare e dir parole
che
di pietà potrian fermare il sole.
48
Mentre
costui così s'affligge e duole,
e fa
degli occhi suoi tepida fonte,
e
dice queste e molte altre parole,
che
non mi par bisogno esser racconte;
l'aventurosa
sua fortuna vuole
ch'alle
orecchie d'Angelica sian conte:
e
così quel ne viene a un'ora, a un punto,
ch'in
mille anni o mai più non è raggiunto.
49
Con
molta attenzïon la bella donna
al
pianto, alle parole, al modo attende
di
colui ch'in amarla non assonna;
né
questo è il primo dì ch'ella l'intende:
ma
dura e fredda più d'una colonna,
ad
averne pietà non però scende;
come
colei c'ha tutto il mondo a sdegno,
e
non le par ch'alcun sia di lei degno.
50
Pur
tra quei boschi il ritrovarsi sola
le
fa pensar di tor costui per guida;
che
chi ne l'acqua sta fin alla gola
ben
è ostinato se mercé non grida.
Se
questa occasïone or se l'invola,
non
troverà mai più scorta sì fida;
ch'a
lunga prova conosciuto inante
s'avea
quel re fedel sopra ogni amante.
51
Ma
non però disegna de l'affanno
che
lo distrugge alleggierir chi l'ama,
e
ristorar d'ogni passato danno
con
quel piacer ch'ogni amator più brama:
ma
alcuna finzïone, alcuno inganno
di
tenerlo in speranza ordisce e trama;
tanto
ch'a quel bisogno se ne serva,
poi
torni all'uso suo dura e proterva.
52
E
fuor di quel cespuglio oscuro e cieco
fa
di sé bella et improvisa mostra,
come
di selva o fuor d'ombroso speco
Dïana
in scena o Citerea si mostra;
e
dice all'apparir: - Pace sia teco;
teco
difenda Dio la fama nostra,
e
non comporti, contra ogni ragione,
ch'abbi
di me sì falsa opinïone. -
53
Non
mai con tanto gaudio o stupor tanto
levò
gli occhi al figliuolo alcuna madre,
ch'avea
per morto sospirato e pianto,
poi
che senza esso udì tornar le squadre;
con
quanto gaudio il Saracin, con quanto
stupor
l'alta presenza e le leggiadre
maniere
e il vero angelico sembiante,
improviso
apparir si vide inante.
54
Pieno
di dolce e d'amoroso affetto,
alla
sua donna, alla sua diva corse,
che
con le braccia al collo il tenne stretto,
quel
ch'al Catai non avria fatto forse.
Al
patrio regno, al suo natio ricetto,
seco
avendo costui, l'animo torse:
subito
in lei s'avviva la speranza
di
tosto riveder sua ricca stanza.
55
Ella
gli rende conto pienamente
dal
giorno che mandato fu da lei
a
domandar soccorso in Orïente
al
re de' Sericani e Nabatei;
e
come Orlando la guardò sovente
da
morte, da disnor, da casi rei;
e
che 'l fior virginal così avea salvo,
come
se lo portò del materno alvo.
56
Forse
era ver, ma non però credibile
a
chi del senso suo fosse signore;
ma
parve facilmente a lui possibile,
ch'era
perduto in via più grave errore.
Quel
che l'uom vede, Amor gli fa invisibiIe,
e
l'invisibil fa vedere Amore.
Questo
cretuto fu; che 'l miser suole
dar
facile credenza a quel che vuole.
57
- Se
mal si seppe il cavallier d'Anglante
pigliar
per sua sciochezza il tempo buono,
il
danno se ne avrà; che da qui inante
nol
chiamerà Fortuna a sì gran dono
(tra
sé tacito parla Sacripante):
ma
io per imitarlo già non sono,
che
lasci tanto ben che m'è concesso,
e
ch'a doler poi m'abbia di me stesso.
58
Corrò
la fresca e matutina rosa,
che,
tardando, stagion perder potria.
So
ben ch'a donna non si può far cosa
che
più soave e più piacevol sia,
ancor
che se ne mostri disdegnosa,
a
talor mesta e flebil se ne stia:
non
starò per repulsa o finto sdegno,
ch'io
non adombri e incarni il mio disegno. -
59
Così
dice egli; e mentre s'apparecchia
al
dolce assalto, un gran rumor che suona
dal
vicin bosco gl'intruona l'orecchia,
sì
che mal grado l'impresa abbandona:
e si
pon l'elmo (ch'avea usanza vecchia
di
portar sempre armata la persona),
viene
al destriero e gli ripon la briglia,
rimonta
in sella e la sua lancia piglia.
60
Ecco
pel bosco un cavallier venire,
il
cui sembiante è d'uom gagliardo e fiero:
candido
come nieve è il suo vestire,
un
bianco pennoncello ha per cimiero.
Re
Sacripante, che non può patire
che
quel con l'importuno suo sentiero
gli
abbia interrotto il gran piacer ch'avea,
con
vista il guarda disdegnosa e rea.
61
Come
è più presso, lo sfida a battaglia;
che
crede ben fargli votar l'arcione.
Quel
che di lui non stimo già che vaglia
un
grano meno, e ne fa paragone,
l'orgogliose
minaccie a mezzo taglia,
sprona
a un tempo, e la lancia in resta pone.
Sacripante
ritorna con tempesta,
e
corronsi a ferir testa per testa.
62
Non
si vanno i leoni o i tori in salto
a
dar di petto, ad accozzar sì crudi,
sì
come i duo guerrieri al fiero assalto,
che
parimente si passâr gli scudi.
Fe'
lo scontro tremar dal basso all'alto
l'erbose
valli insino ai poggi ignudi;
e
ben giovò che fur buoni e perfetti
gli
osberghi sì, che lor salvaro i petti.
63
Già
non fêro i cavalli un correr torto,
anzi
cozzaro a guisa di montoni:
quel
del guerrier pagan morí di corto,
ch'era
vivendo in numero de' buoni:
quell'altro
cadde ancor, ma fu risorto
tosto
ch'al fianco si sentí gli sproni.
Quel
del re saracin restò disteso
adosso
al suo signor con tutto il peso.
64
L'incognito
campion che restò ritto,
e
vide l'altro col cavallo in terra,
stimando
avere assai di quel conflitto,
non
si curò di rinovar la guerra;
ma
dove per la selva è il camin dritto,
correndo
a tutta briglia si disserra;
e
prima che di briga esca il pagano,
un
miglio o poco meno è già lontano.
65
Qual
istordito e stupido aratore,
poi
ch'è passato il fulmine, si leva
di
là dove l'altissimo fragore
appresso
ai morti buoi steso l'aveva;
che
mira senza fronde e senza onore
il
pin che di lontan veder soleva:
tal
si levò il pagano a piè rimaso,
Angelica
presente al duro caso.
66
Sospira
e geme, non perché l'annoi
che
piede o braccia s'abbi rotto o mosso,
ma
per vergogna sola, onde a' dì suoi
né
pria né dopo il viso ebbe sì rosso:
e
più, ch'oltre al cader, sua donna poi
fu
che gli tolse il gran peso d'adosso.
Muto
restava, mi cred'io, se quella
non
gli rendea la voce e la favella.
67
-
Deh! (diss'ella) signor, non vi rincresca!
che
del cader non è la colpa vostra,
ma
del cavallo, a cui riposo et esca
meglio
si convenia che nuova giostra.
Né
perciò quel guerrier sua gloria accresca;
che
d'esser stato il perditor dimostra:
così,
per quel ch'io me ne sappia, stimo,
quando
a lasciare il campo è stato primo. -
68
Mentre
costei conforta il Saracino,
ecco
col corno e con la tasca al fianco,
galoppando
venir sopra un ronzino
un
messagger che parea afflitto e stanco;
che
come a Sacripante fu vicino,
gli
domandò se con un scudo bianco
e
con un bianco pennoncello in testa
vide
un guerrier passar per la foresta.
69
Rispose
Sacripante: - Come vedi,
m'ha
qui abbattuto, e se ne parte or ora;
e
perch'io sappia chi m'ha messo a piedi,
fa
che per nome io lo conosca ancora. -
Et
egli a lui: - Di quel che tu mi chiedi
io
ti satisfarò senza dimora:
tu
déi saper che ti levò di sella
l'alto
valor d'una gentil donzella.
70
Ella
è gagliarda, et è più bella molto;
né
il suo famoso nome anco t'ascondo:
fu
Bradamante quella che t'ha tolto
quanto
onor mai tu guadagnasti al mondo. -
Poi
ch'ebbe così detto, a freno sciolto
il
Saracin lasciò poco giocondo,
che
non sa che si dica o che si faccia,
tutto
avvampato di vergogna in faccia.
71
Poi
che gran pezzo al caso intervenuto
ebbe
pensato invano, e finalmente
si
trovò da una femina abbattuto,
che
pensandovi più, più dolor sente;
montò
l'altro destrier, tacito e muto:
e
senza far parola, chetamente
tolse
Angelica in groppa, e differilla
a
più lieto uso, a stanza più tranquilla.
72
Non
furo iti duo miglia, che sonare
odon
la selva che li cinge intorno,
con
tal rumore e strepito, che pare
che
triemi la foresta d'ogn'intorno;
e
poco dopo un gran destrier n'appare,
d'oro
guernito, e riccamente adorno,
che
salta macchie e rivi, et a fracasso
arbori
mena e ciò che vieta il passo.
73
- Se
l'intricati rami e l'aer fosco
(disse la donna) agli occhi non contende,
Baiardo
è quel destrier ch'in mezzo il bosco
con
tal rumor la chiusa via si fende.
Questo
è certo Baiardo, io 'l riconosco:
deh,
come ben nostro bisogno intende!
ch'un
sol ronzin per dui saria mal atto,
e ne
viene egli a satisfarci ratto. -
74
Smonta
il Circasso et al destrier s'accosta,
e si
pensava dar di mano al freno.
Colle
groppe il destrier gli fa risposta,
che
fu presto a girar come un baleno;
ma
non arriva dove i calci apposta:
misero
il cavallier se giungea a pieno!
che
nei calci tal possa avea il cavallo,
ch'avria
spezzato un monte di metallo.
75
Indi
va mansueto alla donzella,
con
umile sembiante e gesto umano,
come
intorno al padrone il can saltella,
che
sia duo giorni o tre stato lontano.
Baiardo
ancora avea memoria d'ella,
ch'in
Albracca il servia già di sua mano
nel
tempo che da lei tanto era amato
Rinaldo,
allor crudele, allor ingrato.
76
Con
la sinistra man prende la briglia,
con
l'altra tocca e palpa il collo e 'l petto:
quel
destrier, ch'avea ingegno a maraviglia,
a
lei, come un agnel, si fa suggetto.
Intanto
Sacripante il tempo piglia:
monta
Baiardo, e l'urta e lo tien stretto.
Del
ronzin disgravato la donzella
lascia
la groppa, e si ripone in sella.
77
Poi
rivolgendo a caso gli occhi, mira
venir
sonando d'arme un gran pedone.
Tutta
s'avvampa di dispetto e d'ira;
che
conosce il figliuol del duca Amone.
Più
che sua vita l'ama egli e desira;
l'odia
e fugge ella più che gru falcone.
Già
fu ch'esso odiò lei più che la morte;
ella
amò lui: or han cangiato sorte.
78
E
questo hanno causato due fontane
che
di diverso effetto hanno liquore,
ambe
in Ardenna, e non sono lontane:
d'amoroso
disio l'una empie il core;
chi
bee de l'altra, senza amor rimane,
e
volge tutto in ghiaccio il primo ardore.
Rinaldo
gustò d'una, e amor lo strugge;
Angelica
de l'altra, e l'odia e fugge.
79
Quel
liquor di secreto venen misto,
che
muta in odio l'amorosa cura,
fa
che la donna che Rinaldo ha visto,
nei
sereni occhi subito s'oscura;
e
con voce tremante e viso tristo
supplica
Sacripante e lo scongiura
che
quel guerrier più appresso non attenda,
ma
ch'insieme con lei la fuga prenda.
80
-
Son dunque (disse il Saracino), sono
dunque
in sì poco credito con vui,
che
mi stimiate inutile, e non buono
da
potervi difender da costui?
Le
battaglie d'Albracca già vi sono
di
mente uscite, e la notte ch'io fui
per
la salute vostra, solo e nudo,
contra
Agricane e tutto il campo, scudo? -
81
Non
risponde ella, e non sa che si faccia,
perché
Rinaldo ormai l'è troppo appresso,
che
da lontano al Saracin minaccia,
come
vide il cavallo e conobbe esso,
e
riconobbe l'angelica faccia
che
l'amoroso incendio in cor gli ha messo.
Quel
che seguí tra questi duo superbi
vo'
che per l'altro canto si riserbi.
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