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17/03/18

Parlare alla mente o alla pancia... dipende da chi a non pensare si lascia!


La voce della polvere 

1° Titolo: Il vero intellettuale ha perso;
2° Titolo: Chi punta il dito contro l'intellettuale danneggia l'intera società.
Num. 001/02                                                           

   I due articoli che seguono sono tratti dall’Espresso online. La discussione può sembrare irrilevante con i problemi “reali” chi ci opprimono. Ma… Forse ritornare a discutere, aprendo la mente, in definitiva a pensare, credo che possa solo far bene. In fondo l’essere umano non è fatto solo di “fame” e “paura” ma anche di arte e cultura. Lo so che con tutti i filosofi, che si ritengono tali, sono tanti specie nelle Tv, e mancante nelle scuole e in quelle parti della società sensibili, tutto sembrerebbe inutile e vacuo. Ci sono problemi seri, dicono i non conoscenti delle cose della vita. Per loro solo paura e sicurezza. Sicurezza solo per le strade e mai e ripeto mai, per esempio, sui posti di lavoro. Dove si muore spesso e “volentieri”. Ragionare bisogna, questa è la mia filosofia. Ragionare su tutto e per farlo bisogna essere indirizzati e accompagnati da menti che sanno cogliere il futuro. Perché la paura è dell’oggi non del futuro. La paura ti fa reagire nell’oggi con conseguenze non capibili e prevedibili. Ma… Se si pensasse di vincere la paura per il futuro le cose potrebbero migliorare anche nell’oggi. Parlo della paura in un contesto di filosofia perché penso che gli intellettuali siano stati sconfitti, oltre che dai ciarlatani che passano per tali, dalla paura del vivere in questo unico, solo, meraviglioso mondo che abbiamo. Meditate!              M. Nove    
Nel nostro deprimente Paese, il vero intellettuale ha perso.  Resta appartato. Non sposta un voto. Oggi è una figura sconfitta. Ma la società ne ha bisogno. Anche se viene premiato solo quell'oracolo consolatorio, con la tendenza all’appiattimento, che si ostina a frequentare il salotto televisivo di turno. La provocazione di uno scrittore
di Marcello Fois
14 marzo 2018                                                                                                                            L'intellettuale non può deontologicamente essere simpatico al potere in corso. Mi spingerei fino a dire che uno dei compiti dell’intellettuale è di rappresentarsi, in automatico, come antagonista. Come figura che non cede al ricatto della consolazione, della lamentela, del luogo comune, del consenso.
Le società che funzionano, anche a fasi alterne, sono quelle in cui questa precisa forma di antagonismo si esercita senza ricatti. È un mestiere come un altro quello dell’intellettuale, solo un po’ più articolato, perché bisogna sapere più cose senza vergognarsene, avere la tendenza a fare collegamenti senza temere di svuotare le platee, partire dalla complessità senza confonderla con la complicazione, avere il coraggio della parola astrusa o del lemma inusuale.
L’intellettuale è quello che ricorda in quanti modi si possa dire la stessa parola di cui tutti paiono accontentarsi. Sa che, per questo semplice contributo, sarà tacciato di saccenteria, ma non si lascia intimidire, accoglie su di sé il peso della povertà lessicale generalizzata e prova a dimostrare che il linguaggio ha valore anche nella scelta, direi selezione, dei termini e non solo nel tono di voce con cui si decide di esprimerli. Prova a spiegare che “la consecutio temporum” migliora la frase, e il messaggio conseguente, come una buona lezione di Pilates migliora il gluteo cadente; che non è affatto vero che anche il figlio dell’ingegner tal dei tali, deportato al MoMa durante la gita scolastica a New York, è in grado di dipingere un quadro di Pollock o di Miró; che quando si parla, e si scrive, per l’ennesima volta, di “silenzio degli intellettuali” bisogna controllare di non essere un intellettuale che ha usato il suo spazio pubblico sulla grande stampa nazionale per lamentare il silenzio degli altri senza aver detto niente del suo silenzio.
Gli intellettuali, l’abbiamo appena visto, non spostano un voto. Nel nostro Paese si ha una tendenza perversa a confondere la risonanza con la sostanza. Ci siamo abituati a un’idea di intellettuale pubblico come oracolo consolatorio, con la tendenza all’appiattimento, e quindi all’adeguamento, della lingua e del pensiero. Quel tipo di “intellettuale” parla a comando e quando sta zitto lo fa a ragion veduta. Il suo intento è di trovarsi nel posto giusto nel momento giusto. Quasi sempre il salotto televisivo di turno. Fa il polemico senza esserlo, è presente, lo vediamo tutti, quindi c’è. Ma si muove sempre nei limiti di una performance in cui le parti sono già scritte.
Quel tipo di “intellettuale” si rappresenta come popolare, dando a quella parola l’accezione più offensiva e umiliante. Concedendosi mani e piedi al generalizzato adeguamento verso il basso, sminuendosi per affermare la propria superiorità. Ci si rivolge al popolo, dunque si riduce la portata dei concetti, il patrimonio delle parole, al minimo, disprezzando, di fatto, l’interlocutore.
Tuttavia, come un buon politico, un buon genitore, un buon insegnante, anche un intellettuale non dovrebbe avere nessun interesse per la popolarità, sapendo, su di sé, di svolgere un compito a rilascio lento, spesso lentissimo. Nel nostro deprimente Paese Pasolini e Bobbio, per fare due esempi semplici, rilasciano ancora senza sosta. E servono come il pane. L’intellettuale dovrebbe sempre tenere presente il peso, fisico e psicologico, delle affermazioni che fa. Dire cose di cui si deve rispondere, significa non usare parole qualunque ma mirare con precisione e dunque avere in mente un preciso scopo. Chi spara nel mucchio, chi non si prende un po’ di tempo per mirare, chi non è in grado di selezionare i propri interlocutori non è un intellettuale. È un’altra cosa, magari anche migliore, ma non un intellettuale.
La parola stessa, intellettuale, che noi tendiamo a confinare nella lista nebulosa dei termini a libero accesso come poeta, scrittore, pittore, attore, cantautore, politico, amministratore, direttore di salone del Libro, è invece assai poco accogliente. A differenza di quanto sostengono taluni nessuna di queste funzioni è spaziosa e capiente. Per ognuna di esse occorre attitudine, studio, fatica, coraggio.
Non è affatto vero che intellettuali, attori, pittori, poeti, cantautori, politici, amministratori, direttori di Saloni del Libro, possano esserlo tutti. Si può millantare di esserlo, si può persino essere nominati, eletti, rappresentati, pubblicati, senza che questo autorizzi a definirsi tali.
Gli intellettuali hanno l’onere di spiegare che la linea del consenso, ai fini dell’incidere sul proprio tempo, è assolutamente ininfluente. Il video su Youtube di un cane a cui vengono applicati quattro piccoli doposci per farlo zompettare sulla neve, e del suo conseguente, per alcuni divertente, disagio nel muoversi, ha ottenuto oltre quaranta milioni di visualizzazioni. E allora? Basta accendere la televisione per percepire con chiarezza quanta differenza ci sia tra la professionalità e l’improvvisazione. Sempre che la si voglia percepire.
L’assenza di intellettuali in una società fa in modo che questa percezione si attenui fino a scomparire, fino a diventare un atout anziché un deficit. Permette a chiunque di citare Calvino e la sua presunta leggerezza a sproposito, per esempio. Senza il rompiscatole che ti spiega che tra Valeria Marini e Valeria Moriconi, che pure hanno calcato i palcoscenici del nostro Paese, c’è una differenza abissale, nonostante l’assonanza onomastica, la nostra memoria collettiva è più povera. E se due o tre persone, dopo la lettura paziente di questo appassionato sproloquio, vorranno digitare su Google il nome Valeria Moriconi, vorrà dire che la mia giornata da intellettuale avrà avuto un senso.
L’intellettuale potrebbe persino azzardarsi a spiegare che in campo editoriale i successi sono quelli che sono; che chi esamina le situazioni in corso come se fossero le uniche determinanti per il futuro non ha letto abbastanza; il dibattito sulla “dittatura degli editor” che questa rivista ha recentemente ospitato, per esempio, mi pare un dibattito importante, ma, in qualche modo, pseudointellettuale. Perché chiude in una formula data, direi un po’ limitata, un discorso assai più articolato e, lasciatemelo dire, eminentemente politico con tutta la complessità che ne consegue. Ma se la polemica si limita a “gli editor costruiscono i successi editoriali” non mi interessa, lo dico senza mezzi termini.
Vorrei ricordare che non troppo tempo fa i bestseller in questo Paese erano Guido da Verona e Carolina Invernizio, vi dicono niente “Sciogli la treccia”, “Maria Maddalena” o “Il bacio di una morta”? Cercateli su Google. Non posso credere che persone colte e intelligenti confondano il mercato editoriale con la letteratura: sono sempre stati insieme, hanno sempre convissuto. Hanno da sempre svolto compiti diversi. Elsa Morante e Nantas Salvalaggio, coesistevano a pochi centimetri negli scaffali delle librerie, come John Grisham e Joseph Roth. Persino gli U2 e i Jalisse sono stati coevi nella storia della musica recente. Dunque? Quale sarebbe la materia del contendere? Non ci sono mai stati i tempi in cui si pubblicavano solo i migliori, ma quella sensazione ci è rimasta proprio perché, nel tempo, sono rimasti solo i migliori. Tutti gli altri, anche i più famosi del momento, anche i vincitori del vincibile, anche i campioni di incasso e i campioni di presenzialismo, sono definitivamente scomparsi. Malaparte vive, Pitigrilli è morto. E Pitigrilli contava come Fabio Volo.
Discutere come se ci si confrontasse contro un nulla di fatto, come se fossimo all’anno zero, fa un torto a tutti. A chi parla e a chi ascolta.
Dire che il più grande scrittore italiano, o francese, o australiano eccetera, coincide col più venduto, è una sciocchezza sesquipedale, che “i più grandi scrittori” in questione contestano per primi. Ma affermare che a causa del loro successo, pilotato, la scrittura muore è altrettanto sciocco. Non sono gli editor frustrati o i Fabio Volo che rovinano la letteratura, anzi spesso la sostengono, perché per ogni Volo che si stravende, per ogni Franchini che si inventa un titolo geniale, si può “rischiare” di pubblicare un Michele Mari o una Laura Pariani. Per ogni Kerbaker che può fare affermazioni di una superficialità sconcertante, che umiliano lui per primo e tutti gli ospiti, molti dei quali fior di intellettuali, del suo “frizzante e leggero” Tempo di Libri 2018, c’è una Chiara Valerio che può svettare per compostezza, dignità e competenza.
Per fortuna l’intellettuale sa bene che la gara che sta facendo non si può vincere oggi. Oggi ha già perso.
L’intellettuale dovrà tenere conto del fatto che tutto quello che si saprà dei suoi tempi dipenderà dal suo grado di resistenza. Dovrà esserci quando gli altri non ci saranno più ed esercitare il suo presente alla luce di questa importantissima responsabilità.

Chi punta il dito contro l'intellettuale danneggia l'intera società. Il suo ruolo è negato dall’accusa di snobismo e privilegio. Ma la cultura non è un gioco di prestigio o uno slogan ben confezionato
di Evelina Santangelo
14 marzo 2018                                                                                                                                
 Il caso potrebbe essere di quelli da archiviare in fretta come uno sproloquio surreale, se non chiamasse in causa figure ed enti culturali di grande rilievo, come l’Associazione italiana editori.
In breve. Un giornalista, e dunque uno che in linea di principio rientrerebbe tra chi in una società svolge un ruolo intellettuale, intervista il direttore artistico della Fiera dell’editoria di Milano, bibliofilo, docente universitario, organizzatore culturale. Tema: Non c’è nessuno che possa fare più danno alla Cultura di un intellettuale. Che uno già, dinanzi a una situazione così paradossale, avrebbe subito voglia di chiudere la questione con le parole di Mr Martin della “Cantatrice calva” di Ionesco: «Dimentichiamo, darling, tutto ciò che non è accaduto tra di noi». Perché poi l’intervista è un botta e risposta per dimostrare la superiorità del fare manageriale sul fare intellettuale, dove il fare manageriale è pop e il fare intellettuale è snob. Un po’ come i film noiosi evocati tra i must della sinistra e le scarpette da tennis un po’ di destra del Gaber di Destra-Sinistra. Dunque, festa per i 110 anni dell’Inter come specchietto per allodole-non-lettrici. Una voce che da un altoparlante spara L’infinito oltretombale del Leopardi come versione pop-distopica della Cultura alta.
«O parole, quanti delitti si commettono in vostro nome», scriveva Ionesco. E qui sembra che il delitto più grande coincida con la parola «intellettuale».
Basta riattraversare alcuni momenti capitali di cosa ha significato ed è costato essere intellettuali per capire che il sospetto non è infondato. Se è abbastanza chiaro a tutti che il termine ha a che vedere con attività riguardanti l’ingegno umano, non è altrettanto evidente se quell’ingegno produca progresso spirituale, artistico, culturale (e, in certi casi, anche materiale) o solo scompiglio. Quasi sempre l’ingegno umano, nelle sue più alte e azzardate manifestazioni, finisce per scompaginare pensieri e visioni consolidate, superare limiti invalicabili.
Galileo Galilei era uno scienziato, un uomo che usava intelletto, raziocinio, immaginazione. Se le sue ricerche e scoperte gli sono costate processi e umiliazioni è stato perché avevano conseguenze sul piano intellettuale e culturale, ribaltavano il modo di pensare l’Uomo, la Terra e il Potere. Diversamente nessuno si sarebbe preoccupato di cosa girasse intorno a cosa, se la terra o il sole. Lo stesso vale per Giordano Bruno, accusato di eresia in virtù delle sue concezioni teologiche e filosofiche. Fu anche e proprio per l’intuizione vertiginosa di mondi infiniti in uno spazio infinito che pagò con morte atroce la colpa d’insinuare smottamenti nella dottrina. E Dante? Non pagò forse con l’esilio quella sua indipendenza di pensiero che innerva i versi della Commedia?
Questi timori che da sempre accompagnano la figura dell’intellettuale nel momento in cui può incidere nel pensiero collettivo oggi si tingono di una nuova patina, più sbarazzina: la necessità di andare incontro alle aspettative di svago ed emozioni che sembrano profilarsi come uniche alternative alla fatica di vivere. E qui, il termine «intellettuale» pare evocare un modo di fare cultura, quello di un’intera generazione che, dopo gli orrori della Seconda guerra mondiale, per immaginare un futuro possibile tra macerie materiali e spirituali, indentificò lo scrittore o l’artista con un ruolo civile, facendone portatore di una visione del mondo, di un’emancipazione collettiva ma traducendo questa urgenza nel ruolo di una élite con i suoi riti e le sue parole d’ordine, al punto che tanti (Pasolini, in primis) ne patirono orizzonti limitati o allineamenti.
Credo che su questo modo d’intendere il fare intellettuale oggi si alimenti ad arte il sospetto che grava sulla figura dell’intellettuale (la cui accezione implica prevalentemente un’appartenenza più o meno di sinistra insieme a un’idea di snobismo, cerebralismo e privilegio).
Nei “Quaderni dal carcere”, un pensatore libero, e per questo buttato in galera, come Antonio Gramsci parlava di un nuovo intellettuale organico alla società, homo faber e homo sapiens insieme, spingendosi a scrivere: «Ogni uomo infine, all’infuori della sua professione, esplica una qualche attività intellettuale… partecipa di una concezione del mondo, ha una consapevole linea di condotta morale, contribuisce a sostenere o a modificare una concezione del mondo, cioè a suscitare nuovi modi di pensare». Una visione che implicava idee dirompenti: responsabilità collettiva, fiducia nell’uomo come parte attiva di una società.
Mi viene da pensare a quanti uomini e donne oggi svolgono attività di ingegno, coltivano saperi al servizio di una collettività. Penso ai festival piccoli e grandi diffusi nel nostro Paese, anche in luoghi difficili o sperduti (come il cuore della Barbagia dove accade L’Isola delle Storie di Gavoi). Penso ai circoli di lettori in aree anche remote. Penso a trasmissioni curate da intellettuali che creano attenzione intorno alla lingua, ai libri: Fahrenheit, La lingua Batte, Quante Storie. Penso a quanti stanno investendo energie nel creare un tessuto diffuso di piccola editoria con punte di prestigio come NnEditore.
Penso a blog come @CasaLettori con i suoi 62.000 follower. Certo, tutto questo convive col suo contrario, il narcisismo social, il cretinismo che accumula like, il dilettantismo che si fa mestiere, un’orizzontalità che non è spazio di partecipazione democratica ma arroganza di chi pretende il diritto di parola e di ascolto senza prendersi la briga di dare solide fondamenta al proprio pensiero. E convive con il cinismo di chi specula su pregiudizi e ignoranza, anzi li alimenta, grazie a un mezzo potentissimo come Internet, non diversamente da quel che accadde con la Radio nelle mani di gente come Goebbels, che scrisse appunto: «La vera radio è propaganda. Propaganda significa combattere in ogni campo di battaglia dello spirito, generando, moltiplicando, distruggendo, sterminando, costruendo, disfacendo», alimentando quel che Hannah Arendt chiama il «caos delle opinioni».
In un momento in cui è difficile orientarsi tra fake news e pressappochismi che hanno la posa d’intellettualità, e tra le spirali di un mercato in cui è difficile scegliere, dichiarare o avallare la dichiarazione che gli intellettuali fanno danno alla Cultura significa screditare uomini e donne che stanno investendo energie e ingegno in un progetto culturale diffuso contribuendo a costruire una concezione di cultura e società che non si accontenti di pastoni scimmiottanti le tv commerciali o un’idea di pop ridotto a roba frizzantina, diffondendo così l’idea che la cultura sia un gioco di prestigio o uno slogan ben confezionato.
Se c’è una cosa che dovremmo tenere a mente tutti è che ogni progresso umano, scientifico, culturale, sociale, spirituale e anche materiale, lo dobbiamo a intellettuali, gente di ingegno che, come Leopardi, si è messa in solitudine pensosa davanti a un colle, un orizzonte, e tenendo fisso lo sguardo su quel limite ha saputo immaginare mondi capaci di andare oltre, anche a costo di esili e umiliazioni. Negare questo ruolo significa essere i peggiori nemici non solo della cultura ma della società tutta, operare per ridurla a un’entità supina e inebetita, per farne quel che più fa comodo al potere di turno.

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